Mea, libera tutti

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di Mitia Chiarin

Mentre accarezzavo per la prima volta la tua schiena e il tuo petto mi è venuta voglia di avere in mano un pennarello e unire tutte le efelidi che ti punteggiano il corpo e vedere cosa ne veniva fuori. Ci ho pensato a lungo senza dire.
E sono arrivata alla conclusione che se unisco tutti i puntini e poi mi concentro sui tuoi capezzoli, che vanno dal fucsia al marrone terra, potrei riprodurre un quadro di Matisse.
Il cespuglio.
Non ho alcuna intenzione di dirtelo ma sono convinta che la tua pelle sia il telaio di quel quadro, le efelidi di cui ti vergogni e che nascondi costantemente sotto la t-shirt di cotone, sono i colpi di pennello nero. Lo so che sei pieno di foglie nascoste dietro il bianco della tua pelle.
Non te lo dico perché so che ci rideresti sopra.
Tu non hai la possibilità di soffermarti con attenzione su quei puntini neri o marroni che ti costellano la schiena e ti arrivano davanti, sul petto, sotto i capezzoli.
Li hai sempre visti come un difetto, probabilmente, e di conseguenza li nascondi.
Per questo, allora, vengo a spiarti mentre fai la doccia.
Se mi scopri, mi scuso dicendo che mi piace guardarti dietro il vetro mentre ti lavi.
Parti dalla testa, scendi sul petto, poi lasci che lo shampoo ti cada lungo la schiena e la strofini come puoi, con una torsione del braccio, e ti giri dando le spalle alla porta. È quello il momento che io attendo. Fisso la tua schiena bianca che riflette attraverso il vetro del box doccia. E mi dimentico delle gambe lunghe e sode e di tutto il resto.
Io vedo la tua schiena e i puntini e il mio occhio, velocemente, immagina di essere un pennarello nero e si mette a lavorare.
Di furia. È quello il momento in cui schizzo sulla tua schiena il cespuglio di Matisse. Finisco il lavoro, quando ti giri e ti insaponi il petto. Poi, resto un poco ad ammirarlo, il mio capolavoro, mentre tu sei lì, nel box, a strofinarti.
Allora arriva la scossettina nel mio ventre, come un elastico che tende verso l’alto e quello è un appuntamento privato con la mia voglia.
Oramai capita da così tanto tempo, tu non lo sai, che penso di essere diventata bravissima a disegnarti addosso una cascata di foglie. E poco importa che non posso farlo materialmente, il mio occhio fa e il mio cervello vaga sulla tua schiena e l’opera è ogni volta bella da far scuotere il mio ventre.
Quel che non fa la mia mano, lo fa bene il mio occhio.
Talvolta, il tempo e l’impeto della pennellata mi tradisce e tu dal vetro mi scopri. Apri il box e mi dici che mi hai scoperta.
Mea, libera tutti.
Come se giocassimo a nascondino e tu mi scoprissi.
Ridi e mi dai della spiona, dici che queste cose non si fanno, che l’intimità della doccia va rispettata anche tra amanti.
Lo dici ridendo, pensi di avere ragione ma non ti dispiace avere a che fare con una bimba curiosa dietro la porta accostata. Tu pensi a un gioco e va bene così.
Mea, libera tutti.
Ma io lo so che sto creando dell’arte, con il mio occhio, e ogni volta che cerco col dito i tuoi capezzoli, è voglia di disegnarti addosso, non un fastidioso solletico.
E me ne torno in cucina con lo sguardo di chi sa.
Mea.

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