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La lingua olandese

Apriamo una piccola parentesi sociolinguistica; l’olandese non è una lingua che serve per comunicare, l’olandese è una lingua che serve per non farsi capire, anche tra olandesi.
(Da Coniglietti e tasse)
Secondo un recente studio, gli otorinolaringoiatri olandesi sono fra i più ricchi al mondo. La ragione è evidente a chiunque abbia mai sentito parlare un autoctono: la lingua olandese è un farraginoso pot-pourri di consonanti fricative, gutturali e chi più ne ha più ne metta, in grado di ottundere anche gli apparati fonatori più resistenti. Nei bimbi olandesi, a partire dal settimo mese, si osservano simultaneamente i primi monologhi lallatori e l’insorgere dei primi sintomi della raucedine. Per gli olandesi, forse ancor più arduo che imparare l’idioma nazionale è impararne l’uso orale evitando di sputacchiare senza ritegno sull’interlocutore. Il che spiega la cospicua diffusione delle mascherine facciali: non è una misura anti-smog, che com’è noto in Olanda non esiste (smog è infatti il nome di un budino a base di aringa e tapioca), ma semplice profilassi igienico-sanitaria.
Com’è noto, tutti gli olandesi parlano perfettamente l’inglese. Lo fanno in primo luogo per rilassare l’epiglottide scartavetrata dalle imprescindibili interazioni quotidiane in olandese, ma forse non tutti sanno che, per ragioni sulle quali gli scienziati tuttora dibattono, i bambini olandesi nascono già capaci di esprimersi in un impeccabile inglese oxfordiano, un prodigio glotto-genetico del quale purtroppo non godono i nati in Italia, per i quali è fatica già abbastanza improba adoperare decorosamente la loro lingua.
Gli olandesi non possono giocare a Scarabeo. Ci hanno provato per decenni, salvo arrendersi a una realtà ineluttabile: qualsiasi gruppo di otto lettere, in qualsiasi ordine, costituisce una parola olandese di senso compiuto. Di conseguenza, ogni partita di Scarabeo si risolve in un pareggio.
L’olandese contende al tedesco, e sicuramente a qualche altra lingua, il primato delle parole più lunghe e impronunciabili. Per esempio plimpplamppletteren, che pare significhi “far rimbalzare i sassi sulla superficie dell’acqua quante più volte possibile”. È un verbo particolarmente diffuso ad Amsterdam, dove il sabato pomeriggio i canali si riempiono di chiatte popolate da giovani entusiasticamente dediti a questo sport nazionale, ahiloro non esente da effetti collaterali più o meno indesiderati: spesso e (mal)volentieri, i sassi non terminano la loro corsa inabissandosi nelle acque, ma arrotando le caviglie dei lanciatori attigui, al che il gioviale plimpplamppletteren trascende in una sanguinosa baraonda che, al confronto, il carnevale di Ivrea pare un torneo di canasta fra ottuagenari.
La gola degli olandesi può finalmente trovare sollievo, e persino appagato ristoro, nel lessico agro-alimentare, dove registriamo il sensazionale record di sei vocali consecutive in una sola parola: zaaiuien, un sostantivo che significa nientepopodimeno che “cipolle da semina”. Del ruolo ontologicamente fondamentale della cipolla nel paradigma esistenziale dell’olandese medio si è già detto, e non ci torneremo qui. Interessante anche il modo di dire van een kale kip kun je geen veren plukken, vale a dire “non si può spennare una gallina pelata”. Corrisponde al nostro “non si riesce a cavare un ragno dal buco”, ma della malcapitata gallina già implume si può comunque presumere che stia per finire in pentola. L’importante è uitbuiken, cioè “sedersi e rilassarsi dopo una buona cena” (letteralmente “fuori pancia”).
L’apparente impenetrabilità dell’olandese non scoraggi chi volesse tentare di impararlo: esistono lingue assai più ostiche, per esempio l’ugrofinnico e il bergamasco. Imparare una nuova lingua allarga sempre la mente, il cuore, gli orizzonti: fosse solo per questo, di questi tempi bui, ne vale la pena. Ma non sarà una passeggiata: poi non dite che non vi avevamo avvertito.
Michele Piumini
www.michelepiumini.com

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